
Vecchioni racconta Guccini
di Roberto Vecchioni
Si scrive Guccini, si legge locomotiva, ma paradossalmente “La locomotiva” e'
la canzone meno gucciniana fra tutte, una perla isolata e magnifica, tutta sua,
ma lontana parecchio dalle forme ricorrenti, dal procedere per esclusione di
certezze, dall’individuar lampi occasionali di verita'. Probabilmente e' “La
locomotiva” ad aver convinto Guccini di essere, come dice, un “cantastorie”,
cosa che non e'. Guccini e' un “cantapensiero”, e' un “cantadubbio”, il piu'
alto, il piu' vero, il piu' sparpagliato e sincero che si conosca.
“La locomotiva” riunisce, accorpa in pochi minuti tutti i rari lampi di verita'
sparsi di qua e di la' in concessioni avare per dischi e dischi. Vediamo come.
Guccini nasce rockettaro e chitarrista suo malgrado, in una provincia sveglia e
vigile, dove capisce molto presto di non essere un numero, uno dei tanti, e
combatte la sua timidezza e ritrosia contadina a colpi di presenzialismo
artistico: concertini, seratine, canzoni scritte in sordina, partecipazione,
grupperia, frequentazione di altri curiosi e innovativi del nuovo che
dall’America avanza, tra cui i Nomadi e i membri della futura Equipe 84. E’ uno
spiritaccio, portato al gruppo, alla caciara, all’appagamento conviviale come
dimensione proiettiva di se' e della sua gran voglia di esserci, di rompere i
silenzi non ancora compresi e apprezzati di Pavana, luogo di ritorni e di radici
infrangibili. Ma nei momenti di stasi, nella curva delle notti, nelle solitudini
coltivate a pensieri, il ragazzo esce da se', legge, vede e parla: connette in
soliloquio le due visioni di mondo che sta traducendosi a livello anima, ovvero
la lettura primordiale, scarna ed immutabile di Pavana (che comprendera' meglio
poi) e quella esterna, stanza dai mille segreti la cui porta si chiama America.
L’apertura e l’immediata chiusura di quella porta costituiscono la prima e in
definitiva ultima rivelazione della sua vita, perche' non concede seconda chance
al reale. La delusione si tramuta in illusione: tutto diventa relativo,
imprevedibile, nuova ripetizione, apparenza, balletto ciclico, incertezza,
nostalgia del tempo, gioco di specchi. Non per niente e' proprio negli anni
'71-'72 che Guccini prende a vivere la dimensione dello spazio ristretto, del
luogo intimo e sacro per confessare e altrettanto profano per dilagare:
l'Osteria Gandolfi, il Bar del "Moretto", il club 37 fino alla mitica "Osteria
delle donne". Quello e' il "posto", la cintura di sicurezza, l'auditorio che
segue e comprende, l'humus dove l'esternazione si pluralizza ma si contiene,
dove l'inchiostro del sentimento trova la carta assorbente ideale, dove nessuna
goccia si perde. Ma dove non si corre nemmeno il rischio che l'inchiostro sia
poco e la carta sterminata, inutile. Un'e'lite dunque, ma una singolare e'lite
di comportamenti e gesti perfino plebei, un compendio di saracche, battute e
alti momenti emozionali, che fuori di li', in altro contesto non si
immaginerebbe neppure di poter ripetere, perche' la piccola citta' e Bologna,
Pavana e l'America di Masters, di Hamingway, Cene della chitarra e Cecco
Angiolieri sono codici troppo personali per evadere e procreare.
E' qui che nasce il suo "cantapensiero". Come procede Guccini? Parte da un
nucleo minimo (un uomo, un assillo, un posto emblematico, un dialogo
soprattutto) e sciorina strofe come catene di libere associazioni in cui i
concetti, i ritagli di ricordi, le considerazioni si passano dall'una all'altra
il testimone fino alla constatazione conclusiva che puo' essere aperta o amara.
L'andamento melico, la melodia e', per sua confessione, molto spesso un
pretesto, un'aggiunta, una dignitosa cornice e, almeno fino alla scoperta di
Dylan che sara' la sua luce a Damasco, segue lo schema gia' del cantacronache di
Amodei e Pietrangeli ligio alla monotonia tipica della ballata popolare: quasi a
rigetto spariscono le febbri divinatorie del rock, e per precisa scelta non si
configura mai lo schema strofa - ritornello della canzone all'italiana.
Guccini sente la sua esclusivita' e l'accarezza, non fa misteri della propria
aristocrazia mentale, prende gia' tutte le distanze possibili dal disimpegno,
dal discanto borghese, dal qualunquismo emozionale, dal pressappochismo del ceto
medio. Ma nel contempo e', il suo, un pensar alto e sottile, restio a concedere
e ben lungi dall'essere consolatorio. Non esiste fino a "Radici" il minimo segno
teleologico, finale, di prassi per la vittoria, d'impegno storico - politico,
non c'e' ammiccamento al popolo, ai tempi, all'afflato comune. Anzi, si direbbe
il contrario. Ne "Il frate", ne "Un altro giorno e' andato" e in molti altri
luoghi (specie nelle successive "Stanze di vita quotidiana") Guccini e' un
vecchio che rimpiange o ammette con sconsolata pazienza che niente esiste,
tranne il dubbio.
Ma proprio in questa "dubbiosita'", non ancora chiara, ma pronta a farsi
cosmica, sta la sua grandezza; Guccini non e' di fronte a "un uomo qualsiasi" o
a "una fetta di storia" o all'interpretazione di "un presente", assolutamente
no. Lui e' a tu per tu con l'uomo universale, di sempre e di mai, prima e oltre
lo scorrere del progresso, ma rivisitato per intero, sezionato, indagato,
fotografato nel suo illusorio dibattersi in sempre nuove verita' proposte dalla
storia e della cultura.
Apparenze. "Noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia
non si sa". Il ragazzo ha sintetizzato, esclusivizzato il disequilibrio,
l'incertezza, il mistero esistenziale del novecento figlio della decadenza
rimbaudiana e poi pascoliana, e dell'espressionismo, dell'io incarcerato di
Breton, del negativo dubbio occidentale, cosi' prorompente da Leopardi a
Montale. Ma con due differenze. Il dubbio, sempre e comunque viene esorcizzato
dall’amicizia, dalla comunanza di codici e pensieri con altri, seppur pochi, in
una schiettezza che diventa consolazione e si sdrammatizza nel gioco, nel
divertissement, e comunque nella voglia e nella scelta di esserci. Secondo: l'oltresenso,
l'avvertimento indistinto e intuitivo che tra i sogni che sfumano e le occasioni
perse o sfiorate c'era pur qualcosa di cui non ci siamo resi ben conto, o non
potevamo; il chiaro presagio che fra le incertezze costituzionali, una verita' o
qualcosa di simile appaia ogni tanto a infrangere la corrente del dubbio;
qualcosa piu' di intuito che di afferrato, perche' afferrare non si puo', quasi
"luci nel buio di case intraviste da un treno".
Questo bersaglio Guccini se lo trascinera' per tutta la vita artistica,
variandolo per forme e ambientazioni e difendendone il possesso come un
apostolato di vita contro tutto e tutti ("L'avvelenata", "Eskimo", Via Fabbri
43", "Quattro stracci").
Non e' la sua un'attesa, non e' un "aspettando Godot", non esiste in lui ansia
di risolvere, di capire, perche' non c'e' da risolvere, non c'e' da capire. C'e'
da osservare e prender atto, c'e' da prender al volo e prolungare il piu'
possibile quel numero di intuizioni, di barlumi, di chiarori che l'esistenza ti
fa cogliere in cose e persone soprattutto come Amerigo, Guevara, Chisciotte.
Ecco dove "La locomotiva" si presenta come eccezione, piu' apparente che vera.
In essa c'e' una presa di posizione attiva oltre misura, un arresto della
corrente, un nuotare all'incontrario. Incoerenza? Nemmeno per sogno. Guccini non
conosce l'incoerenza. Ne “La locomotiva” c’e' lo sforzo immenso, titanico, come
il protagonista ferroviere, di andare idealmente oltre il dubbio, configurare
una possibilita' di mondo, dar corpo al sogno contro tutte le apparenze
contrarie e nella locomotiva c’e' tutto l’odio, la repulsione, il fastidio che
Guccini prova per il potere presuntuoso e saccente, che in altro modo incarna la
sicurezza e la verita' intoccabile contro cui si batte e si battera' sempre.
Questo intendevo all’inizio. E’ come se ne “La locomotiva” convergessero, si
ammassassero di colpo insieme tutte le luci intraviste dal treno; la locomotiva
e' il canto sublime di chi “vede” per la prima e non ultima volta ed e' insieme
liberazione spirituale dall’assiduo contorcimento dialettico di un “io” che si
confessa, si commisera e si rimpiange in decine di altre canzoni. Non siamo di
fronte a due persone diverse, sia chiaro. L’uomo e' sempre uno. Ma e' come se
dicesse “vorrei che fosse cosi'”, anche se non e', perche' la storia, vedete, ha
sempre binari morti ed e' la' che finisce la locomotiva. O forse anche questa,
pur sublime, pur incantevole, sarebbe la soluzione di un momento. Perche'
l’uomo, quello eterno, quello di sempre, non trova mai sfogo e fine. Tutto in
lui e' rimedio del momento, e il mistero di se stesso, comunque, prima o poi
riapparirebbe di nuovo.
Sta di fatto che da “La locomotiva” in poi Guccini esce dalla osteria, entra nel
giro, anzi inventa lui stesso quel “giro” che sono i concerti dal vivo, davanti
a migliaia di persone. Il messaggio per pochi, la parola conviviale, quasi da
simposio archilocheo, trova il suo naturale sfogo in platee sempre piu' ampie.
Mitizzato dal fascino di una canzone, Guccini viene riletto, ripercorso a
ritroso, amato, compreso. “La locomotiva” ha fatto da ariete, da punta di
diamante, ma ora l’identificazione contagia e si propaga tra i giovani proprio
sui temi piu' gucciniani del dubbio, del tempo che fugge, dell’intuizione,
dell’orlo della verita', che tutti si sentono dentro e uguali e cosi' personali.
Guccini costruira' di qui in poi una crescente, solida, prorompente reiterazione
di se' e del suo tema, variando in modo incredibile le forme, mutando coordinate
alle parabole, in perfetta coerenza ideale tra passato e futuro. Continuera' a
concepire la verita' come inesistente, laddove “esiste solo la carnevalesca
volonta' di giocare una scelta. Il dubbio assiduo e' l’unica certezza”.
Il non colto, il vagheggiato, la fuga del tempo, la labilita' dell’amore, ma
pure il senso del porto, il luogo natale, cosi' come la provvisorieta' e
l’incommensurabile dolcezza di alcuni attimi di vita sono alla base del suo
concetto di “medesimezza umana” (come diceva Gramsci), per il quale e'
sintomatica la “canzone quasi d’amore”. La “medesimezza” e' un’uguaglianza
esistenziale fra gli uomini che si coglie solo a cercarla, a pensarla: non
appare e non te la senti addosso se svicoli o ti perdi negli effetti e nella
funzione del quotidiano. Piu' viva, piu' forte, piu' determinante si configura
in chi e' spiazzato, o senza collare, o diverso, o stanco, o deluso, per chi
insomma e' “pecora nera”, non nel senso amorale del termine, ma decentralizzato,
fuori dal coro delle ovvieta'. La medesimezza e' riconoscersi di un’unica e
faticosa umanita' proprio nel confronto di quei particolari, di quegli stimoli,
di quegli istinti che sono iscritti in noi da sempre e sono naturali e quindi
“neri” rispetto ad un’omologazione sociale imperturbabile, distratta, lieta di
rimuovere che ci fa “bianchi”.
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