
Le diecimila prefazioni scritte dal Maestrone
di Stevan
Ciofanskj
Oltre a canzoni, fumetti, gialli, romanzi, dizionari, commedie, comparsate,
traduzioni e interviste Guccini si lamenta spesso (bonariamente) dell'energia
dispersa per scrivere le prefazioni ai libri degli amici.
"Solo sull'argomento 'vino' ne avro' scritte diecimila" disse una volta, e piu'
recentemente, presentando il libro-cofanetto "Fumetti in tv" dell'amico Guido De
Maria, davanti all'autore ed all'altro amico fumettaro Sergio Staino, volle
sottolineare di averne scritte oramai "per cani e porci" ("Famiglia mia" di
Staino, ha infatti la sua prefazione).
Di solito Guccini in questo genere si attiene a questo schema fisso: nella prima
parte si lamenta con se stesso per essersi lasciato convincere a scrivere la
prefazione, ricordandoci la sua proverbiale pigrizia.
Nella seconda parte prende coraggio e rammentandosi della sua abilita' a
navigare tra testi e parole, sciorina la sua passata (ma breve) esperienza di
giornalista al Giornale dell'Emilia, e ci confessa che si sta apprestando "a
pompare" il pezzo, perche' non sa piu' come andare avanti.
Nella terza parte, infine, qualunque sia l'argomento del libro, prende
invariabilmente a parlare di Pavana, delle inondazioni del Limentra, dei viaggi
di Amerigo o della zia Rina.
Non fa eccezione questa sua ultima "fatica" (si fa per dire, son due paginette):
la prefazione al libro di ricette dell'amico cuoco Claudio Menconi, ristoratore
in Garfagnana, ma, ahime', anche consulente culinario della trasmissione
televisiva Uno Mattina.
Questo cuoco (ma e' anche un bravo scultore di legno e ghiaccio) e' come noi uno
dei tanti "devoti", salito ragazzo a Pavana, negli anni settanta, a trovare
Francesco e tuttora pellegrino della statale porrettana, specie quando arriva il
fatidico 14 giugno, giorno in cui si premura di fargli arrivare una torta
gigantesca per il suo compleanno.
Anche in questa prefazione Francesco non si discosta dalla sua tecnica usuale:
all'inizio comincia prendendosela con i cuochi professionisti, sbruffoni e
spocchiosi, spesso ladri, gelosi del loro linguaggio iniziatico, empi inventori
di appellativi barocchi per i loro piatti striminziti e "figarini", cosi'
lontani dai suoi parchi gusti montanari.
Poi prende a ricordare dei piatti della zia Rina, che da Genova aveva riportato
non solo certi modi cittadini e tanti romanzi d'appendice ma anche una
personalissima ricetta per fare il pesto, o dei gusti di sua figlia Teresa, alla
quale in qualche modo sono trasmigrati, oltre che le note tracce genetiche di
celti e romani, anche certe preferenze per il pane sciocco (meglio se raffermo)
ed il prosciutto salato alla toscana, comuni a quelle del padre.
Ma a noi Guccini piace cosi', caparbiamente egocentrico e pavanaico (anziche'
tolemaico).
Parafrasando un celebre monologo di Gaber potremmo dire: "anche nelle canzoni su
Cristoforo Colombo riesce a mettere Eloise, e questa e' coerenza".
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